Il 19 novembre 1994, a Bologna, ho partecipato a uno dei primi seminari che Marshall B. Rosenberg teneva in Italia. Ne sono uscito folgorato: compresi quanto, cambiando il mio modo di comunicare, potesse cambiare anche la risposta dell’altro. La scoperta più sorprendente fu che non dovevo aspettare che fosse l’altro a cambiare: bastava iniziare da me, dal mio linguaggio.ù
Da quel giorno ho continuato a seguire Marshall, organizzando altri incontri in Italia e mettendo in pratica i suoi insegnamenti. Oggi il mio impegno è condividere ciò che ho appreso con chi desidera comprendere meglio sé stesso, i propri bisogni e i meccanismi che portano a violenza o conflitto.
Mi domando spesso: se chi commette violenza avesse conosciuto la Comunicazione Nonviolenta – o, come preferisco chiamarla, Comunicazione Amorevole – avrebbe agito nello stesso modo? Credo di no. Il problema è che viviamo in una cultura che considera naturale punire i “cattivi” e giustificare la violenza in nome del “bene”. Film, notizie e persino politiche rafforzano questa logica: il criminale deve esistere perché il “buono” possa punirlo. Ma così non si fa nulla per trasformare chi ha commesso l’errore e ridurre davvero la violenza.
Guardando il programma Indagini ad alta quota mi ha colpito il metodo: di fronte a un incidente aereo non ci si limita a individuare il colpevole, ma si analizzano le cause e si introducono modifiche per evitare che accada di nuovo. Con la violenza non funziona così: troviamo il colpevole, lo condanniamo, lo carceriamo. Ma raramente ci chiediamo quali bisogni cercasse di soddisfare e cosa si possa cambiare per evitare che simili episodi si ripetano.
Da qui nasce la mia idea: Indagini ad alta empatia. Un approccio per leggere i fatti di cronaca in chiave diversa, non per giustificare, ma per comprendere e trasformare.
Troppo spesso le cerimonie e i discorsi restano parole vuote, che non smuovono nulla.
Viviamo in un sistema basato su premi e punizioni: i “buoni” che controllano e puniscono i “cattivi”. Ma a chi interessa davvero trasformare le persone violente o criminali? Si investono enormi risorse in armi, e pochissime in cultura e formazione. Non parlo di visite gratuite ai musei, ma di scuole e percorsi in cui si impari a comunicare in modo efficace e a gestire i conflitti. Quanti di noi hanno ricevuto un’educazione alla gestione dei conflitti? Quanti ne hanno sentito parlare a scuola?
Lo scopo della nostra educazione è stato quello di renderci adeguati a strutture in cui poche persone ne dominano tante: ci è stato insegnato a preoccuparci di quello che le persone, specialmente quelle in posizione di autorità, pensano di noi. Così, se ci giudicano come cattivi, in torto, incompetenti, stupidi, pigri o egoisti, saremo puniti e se ci etichettano come bravi bambini e brave bambine, buoni studenti e buoni dipendenti, allora saremo premiati. Siamo stati educati a pensare in termini di premi e pu¬nizioni invece di pensare in termini di ciò che è vivo in noi e di che cosa potrebbe rendere la vita più bella.
Ascolto ad alta empatia nasce per far emergere ciò che sta dietro a un comportamento: non per punire, giudicare o condannare. Il mio intento è comprendere quali bisogni abbiano spinto una persona ad agire in un certo modo e trovare le “modifiche” che le permettano di soddisfarli rispettando sé stessa e gli altri.
Viviamo in un sistema che si regge anche su consumi, crimini, violenza e malattie. Se tutti fossimo in salute, pacifici e rispettosi delle leggi, il sistema crollerebbe. Una vignetta di Sabine Teske lo riassume bene: “Credere che l’industria farmaceutica lotti contro le malattie è come credere che i fabbricanti d’armi lottino per la pace nel mondo.”
Chi è violento non si rende conto di essere strumento di questo sistema. Io non lo condivido e scelgo di impegnarmi per un’altra società, un’altra umanità. Non significa essere santi, significa semplicemente cercare di fare del proprio meglio.